Unità Pastorale Toscolano Maderno

17/02/2012 09:56:00 Unità Pastorale
Dal Bollettino dell'Unità Pastorale

Una vita come una quaresima


"La vita del monaco dovrebbe avere sempre il carattere della quaresima": scrivendo queste parole nella sua Regola san Benedetto non faceva altro che esprimere la convinzione comune a tutta la tradizione spirituale del monachesimo fin dalle sue origini. Una tradizione ancora viva e vissuta nei monasteri secondo le diverse sfumature proprie di ogni particolare spiritualità. Una vita come una quaresima.
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“La vita del monaco dovrebbe avere sempre il carattere della quaresima”: scrivendo queste parole nella sua Regola san Benedetto non faceva altro che esprimere la convinzione comune a tutta la tradizione spirituale del monachesimo fin dalle sue origini. Una tradizione ancora viva e vissuta nei monasteri secondo le diverse sfumature proprie di ogni particolare spiritualità. Una vita come una quaresima. Una prospettiva deprimente, tesa ad avvilire lo slancio vitale dell’uomo, o un progetto entusiasmante la cui realizzazione merita l’investimento delle proprie energie? Tutto dipende dal punto prospettico in cui ci si pone, dal significato che diamo alla parola ‘quaresima’. Un tempo colorato di viola e mestizia o il tempo propizio per disporci a entrare nel mistero pasquale, anzi già esso stesso tirocinio di tale mistero, unico senso e verità di tutta la storia? Certo, per chi vive in una dimensione solo terrena, chiuso negli orizzonti angusti della ricerca del benessere, del piacere, di tante piccole soddisfazioni immediate, preso dai miraggi presentati in dosi massicce dai vari media o affannato in una corsa tanto affannosa quanto senza meta… il solo pensiero di una vita che abbia i caratteri della quaresima non può che apparire assurdo e avvilente. Per chi è credente o comunque coltiva un’apertura verso le realtà invisibili, per chi si interroga sul senso e sulla destinazione della vita… la cosa ha un altro sapore. Quaresima: il portale che immette ogni cristiano in questo tempo privilegiato è costituito da una semplice ed esigente parola evangelica: “convertiti e credi al Vangelo”. Lo stesso portale che varca chiunque intraprende il cammino della vita monastica e che di nuovo attraversa ogni suo mattino. “Convertiti”, cioè lasciati alle spalle i tuoi vecchi pensieri, i tuoi meschini interessi, le tue strette vedute, i tuoi piccoli sogni, cambia disegno alle tue azioni quotidiane, lascia cadere quelle contrarie al Vangelo, dà qualità di Vangelo a quelle ‘neutre’ o già positive. E questo non può restare senza pensieri, interessi, vedute e sogni, ma per fare spazio ai pensieri, interessi, vedute e sogni di Dio… “Credi al Vangelo”: dà fiducia a Gesù, accetta il rischio di fidarti di Lui, di mettergli in mano la tua vita, di lasciare che le sue parole plasmino il tuo cuore e la tua mente, i tuoi gesti e i tuoi giorni, fa’ spazio al Vangelo nella tua vita, anzi, consegna al Vangelo la tua vita così che essa ne diventi una traduzione leggibile per chi ti sta accanto… Questo è in definitiva vivere la Quaresima, questa è in sostanza la sfida che come monache ci troviamo davanti ogni giorno. I mezzi per rispondere a questa sfida sono quegli stessi offerti ad ogni battezzato nel mercoledì delle ceneri: preghiera, digiuno, elemosina. Preghiera innanzitutto, la grande preghiera della Chiesa che ci riunisce molte volte al giorno in coro e ha al centro la celebrazione dell’Eucaristia, e poi la preghiera personale che, dai tempi ad essa esclusivamente dedicati, si dilata e tende a permeare tutte le azioni quotidiane, in tutta la gamma delle sue espressioni. Preghiera che è amicizia con Gesù e, in Lui, comunione con la SS. ma Trinità. Il digiuno compreso e vissuto come disposizione di libertà interiore dalle cose, capacità di privarsene o di ridurne l’uso, distacco e sobrietà. Un esempio: il ‘digiuno’ dalla TV per noi dura 365 giorni all’anno e, dobbiamo confessarlo, ciò è senza alcun rimpianto. Il digiuno, inteso in senso globale, scelto anche come solidarietà con i fratelli – e sono la maggioranza dell’umanità – che al digiuno sono costretti a vita. Infine, ma non ultima certamente, l’elemosina. Vocabolo che oggi suona male perché pare richiamare un dare a un inferiore da parte di chi si sente superiore. In realtà nulla è più lontano da questa immagine della parola ‘elemosina’ compresa nella sua autenticità. Elemosina ha infatti la stessa radice greca di misericordia, fare elemosina significa dunque fare misericordia, maturare cioè un cuore che sa farsi prossimo ad ogni sofferenza. E qui si aprono i vasti spazi dell’esercizio della misericordia, in umiltà e dolcezza, dall’ascolto alla comprensione, dall’accoglienza all’aiuto anche materiale, dal dono di un sorriso alla collaborazione. La vita comunitaria è, al riguardo, un’ottima palestra per esercitarsi in questa arte così delicata. Un’arte di cui il nostro fondatore, san Francesco di Sales, vuole che diventiamo esperte perché la comunità e ognuna possa realizzare il sogno di Dio diventando un piccolo mondo riconciliato, figura e anticipo di ciò cui tutti gli uomini sono destinati. Quando, come canta un antico inno quaresimale, “verrà il giorno in cui tutto fiorisce e noi, nuovi per la grazia della misericordia di Dio, canteremo il canto nuovo”, quello della vita risorta.
Le monache della Visitazione di Salò
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