17/02/2012 10:00:00 Unità Pastorale Dal Bollettino dell'Unità Pastorale
Parabola quaresimale
Un visitatore straniero fece visita al famoso rabbino polacco Hofez Chaim. Rimase stupito nel vedere che la casa del rabbino era solo una semplice stanza piena di libri, gli unici mobili erano un tavolo e una panca. "Rabbì, dove sono i tuoi mobili?" chiese il visitatore. "E i tuoi dove sono?" replicò il rabbino. "I miei? ma io sono solo in visita, sono solo di passaggio", disse il visitatore. "Anch'io", disse il rabbino.
Un visitatore straniero fece visita al famoso rabbino polacco Hofez Chaim. Rimase stupito nel vedere che la casa del rabbino era solo una semplice stanza piena di libri, gli unici mobili erano un tavolo e una panca. “Rabbì, dove sono i tuoi mobili?” chiese il visitatore. “E i tuoi dove sono?” replicò il rabbino. “I miei? ma io sono solo in visita, sono solo di passaggio”, disse il visitatore. “Anch’io”, disse il rabbino.
L’immediatezza della lezione sul distacco dalle cose, sulla relatività del presente, sul digiuno dal possesso ha come controcanto la pesantezza dell’attuazione. Tutta la tradizione morale, non solo cristiana, ha ripetuto questo asserto in mille forme e sfumature, a partire da quelle famose dichiarazioni bibliche: “Se vedi un uomo arricchirsi, non temere. Quando muore, con sé non porta nulla” (Salmo 49,18). Anche “chi ha lavorato con sapienza, scienza e successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato” (Qohelet 2,21). Eppure l’uomo, accecato dal bagliore delle cose, non riesce a smorzare la brama del possesso, che tante volte è semplicemente spia della paura di morire, vanamente esorcizzata attaccandosi a un oggetto a prima vista duraturo. Paolo ci ammonisce che “l’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori” (1 Timoteo 6,10). E alla fine è la povertà che attende l’egoista: non tanto perché i beni possono sparire in un modo imprevisto e non solo perché la morte sempre incombe all’orizzonte, ma anche perché il morso del possesso è insaziabile. “Al povero mancano molte cose, all’avido tutto”, scriveva Seneca nelle sue Lettere (108,9). Soprattutto perché perde la fede e l’amore, il tesoro più prezioso.