Unità Pastorale Toscolano Maderno

17/02/2012 10:38:00
Dal Bollettino dell'Unità Pastorale

Nulla di quanto il padre mi ha dato andra' perduto


Omelia di Mons. Gianfranco Mascher, Vicario Generale, alle esequie di don Carlo Ghitti.
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U n pensatore dell’antichità scriveva: Contro tutti i rischi e i pericoli tentiamo di procurarci una certa sicurezza, ma a causa della morte noi siamo come una città senza mura. L’immagine è molto incisiva. Le mura che circondano la città fortificata, del resto, come nelle nostre case, procurano un senso di sicurezza e di serenità, ci fanno sentire protetti, ma di fronte alla morte ciascuno di noi è come una città senza mura, una casa senza difesa. Il ricordo dei nostri defunti, particolarmente anche la circostanza della morte di don Carlo ci tocca, ci tocca da vicino e costituisce sempre, la morte, per ciascuno, un interrogativo profondo, un interrogativo per molti aspetti portatore di angoscia. Un grande credente come Papa Paolo VI nel suo testamento si chiedeva: Che cosa resta di me?, dove vado?. Le letture bibliche ci invitano ad aprire il cuore alla speranza, alla fiducia in Dio che si è a noi manifestato in Gesù Cristo. Chi crede in me ha la vita eterna, dice Gesù. Abbiamo sentito nella Prima Lettura Giobbe (19, 1.23.27), ne è certo: Io vedrò Dio, io stesso, i miei occhi lo contempleranno. Il Salmo (26) ripeteva questa prospettiva: Il Signore è luce e salvezza, è difesa della vita del giusto, gli offre riparo nella sua dimora. Paolo (Rm. 5,5.11) ricorda che la speranza non delude, la speranza non delude in Dio, in Gesù Cristo morto e risorto ha mostrato il suo amore verso di noi. Il Vangelo: Giovanni (6, 37.40) ci ricordava le parole rassicuranti di Gesù: Nulla di quanto il Padre, Dio ha affidato al Figlio andrà perduto. Questa infatti è la volontà di Dio. Portare tutti e ciascuno alla salvezza, condurre tutti mediante la fede alla città eterna. Ecco, alla luce di queste parole di Dio il mistero della morte, certo, è esperienza che suscita trepidazione e angoscia, ma nello stesso tempo apre verso un futuro di eternità. Papa Benedetto XVI nella sua enciclica Spes salvi, sulla speranza, lascia a noi una traccia di meditazione che è destinata a sostenere la nostra speranza cristiana. Dice: l’uomo nel succedersi dei giorni tiene nel cuore molte speranze o più piccole o più grandi, speranze diverse nei diversi periodi della propria vita. Quando però queste speranze si realizzano appare con chiarezza che quanto realizzato non era in verità il tutto. Si rende evidente che l’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che all’uomo può bastare soltanto qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere. Certo noi abbiamo bisogno delle speranze piccole o grandi, speranze che giorno per giorno ci mantengono in cammino, ma senza la grande speranza…queste piccole o grandi speranze umane non bastano. La grande speranza può essere solamente Dio, Dio che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che da soli non possiamo raggiungere. Dio è il fondamento della nostra speranza. Non un qualsiasi Dio, precisa Papa Benedetto, ma quel Dio che possiede un volto umano e che Gesù Cristo ha amato fino alla fine. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriverà mai. Il suo regno è presente là dove Dio è amato e dove il suo amore raggiunge gli uomini. Solo questo amore ci sostiene per poter sperare nel cammino di ogni giorno senza perdere slancio. E’ la nostra speranza. Speranza in un mondo che, per sua natura, è imperfetto, questo amore è per noi garanzia che esiste ciò che vagamente intuiamo e che tuttavia nel nostro intimo aspettiamo. E’ garanzia di vita eterna, di quella vita che veramente è tale, è vita. Cari amici, in questa vita, don Carlo è entrato varcando la soglia della morte. In occasione del suo cinquantesimo di ordinazione sacerdotale, nel 1998 scriveva per Alere, che è un periodico del seminario di Bergamo, una sua testimonianza: Scriveva così: Sono giunto a questo traguardo (50 anni di Ordinazione) con un malanno che ha limitato la mia vita sacerdotale e che praticamente ha spezzato la mia vita in due tempi. Scriveva don Carlo: il primo, quello normale di ogni prete. E descriveva le varie destinazioni per l’impegno pastorale a Pianico, a Sovere, a Torre Boldone, nella bergamasca e poi il secondo riguarda tutto il resto della mia vita, vita condizionata da un male oscuro, irriducibile e ostinato. In seguito, per questa sua malattia, dovette ritirarsi dal suo paese natale, Rova: qui c’è il parroco don Silvio, che l’accompagnerà per l’addio, lassù nella bergamasca. Nel 1990 con l’approvazione del vescovo di Bergamo, Mons. Oggioni, si trasferì qui a Maderno dove poté curare la sua salute e dedicarsi ad ambiti adeguati alle sue possibilità concrete, ambiti nei quali don Carlo operò con competenza e con generosa dedizione. Lo ricordiamo tutti e volentieri; sempre disponibile nei confronti delle persone, cordiale nel tratto, colto, arguto, intelligente e sapido nella conversazione, sempre capace di capire, di comprendere e spesso anche di dipanare le matasse ingarbugliate di tanti. Non parlava che raramente in pubblico. Io lo ricordo nei suoi interventi introduttivi ai concerti o alle elevazioni spirituali, il tono caldo e suasivo, la passione e la dedicazione alla buona musica e al bel canto Non possiamo non ricordare la sua dedizione al suono dell’organo, alla cura delle corali, particolarmente nella S. Cecilia che aveva nel cuore, alla redazione del bollettino parrocchiale. Ricordo i suoi pezzi, i suoi articoli sempre limpidi e chiari, ricchi di contenuti, espressivi della sua fede, nutrienti per l’intelligenza e per il cuore. Don Carlo fu sempre animato dall’intento di impiegare, per l’agio della comunità cristiana secondo le sue possibilità e i suoi limiti, i non pochi talenti cui il Signore lo aveva gratificato operando lui,don Carlo, sempre con umiltà, con semplicità e senza ostentazione. La sua presenza con la ricchezza dei suoi doni gli ha consentito di incontrare stima e apprezzamento sia da parte dei fedeli che dei confratelli sacerdoti. La sua spiritualità misurata nelle forme, ma ricca nella sostanza, ha segnato e sostenuto profondamente la sua esperienza di uomo, di cristiano e di prete. Ecco per questa vita, noi, e per questa testimonianza, noi, rendiamo grazie a Dio. Leggevamo, ascoltando il Vangelo: “Nulla di quanto il Padre mi ha dato andrà perduto”. Siamo certi che la vita di don Carlo è nelle mani di Dio. Noi continuiamo il nostro cammino nella speranza. Il Signore confermi la nostra vita sulla via della Sua volontà perché possiamo amarci gli uni gli altri, nel frattempo, e attendere insieme, con speranza, la manifestazione della Sua gloria.
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