Il grido dei vescovi iracheni: nessuno protegge i cristiani
Delegazione guidata dal cardinale Delly incontra l'ex premier Maliki. L'Onu: "Baghdad deve fermare ogni violenza contro le minoranze". Dai racconti dei superstiti nuovi particolari sul martirio: i terroristi hanno intimato a padre Tahir di sgombrare l'altare dagli oggetti liturgici. Al suo rifiuto gli hanno sparato alla testa. La stessa sorte è toccata al fratello e a padre Wasim accorsi per difenderlo.
"Chiediamo fatti concreti, ormai le parole non bastano più»"
È un grido di dolore quello dei vescovi iracheni che ieri hanno incontrato il premier uscente Nouri al-Maliki. L’ennesima convocazione, e per giunta da un premier ad interim, dopo aver subito violenza e morte.
«Abbiamo incontrato il premier iracheno e gli abbiamo esposto chiaramente i nostri problemi anche alla luce del massacro nella chiesa siro-cattolica di domenica scorsa», ha spiegato al termine il vescovo ausiliare caldeo di Baghdad, Shlemon Warduni.
Alla delegazione, guidata dal patriarca caldeo Emmanuel III Delly e dall’arcivescovo siro-cattolico Mati Shaba Mattoka, il premier ha assicurato che si farà tutto il possibile per dare sicurezza alla comunità cristiana e ha pure esortato i cristiani a fare la loro parte per proteggere le chiese. «I nostri fedeli dovrebbero far parte delle forze di sicurezza e rivestire dei ruoli nel ministero dell’Interno: il premier ha auspicato un maggiore coinvolgimento dei cristiani in materia di sicurezza», ha concluso Warduni.
Un altro appello – non meno drammatico – dall’osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu: «I governi – ha affermato monsignor Francis Chullikatt – hanno la solenne responsabilità di salvaguardare il diritto inalienabile» della libertà religiosa, invece di trascurarlo e consentire che i credenti debbano sopportare persecuzioni. Un richiamo condiviso dall’Alto commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, che ha chiesto di prevenire una nuova escalation: «È imperativo che il governo iracheno intervenga in modo deciso e imparziale ai primi segni di incitamento alla violenza contro ogni gruppo religioso».
È in serata il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha chiesto che al prossimo vertice dei ministri degli Esteri Ue, il 22 novembre a Bruxelles, si discuta delle violenze contro i cristiani.
Intanto dai racconti dei superstiti alla strage di Ognissanti emergono nuovi particolari: un primo attentatore kamikaze si è fatto esplodere per aprire il portone della cattedrale che era stato chiuso quando si erano uditi i primi spari. La comunità siro-cattolica aveva pensato a uno dei tanti attacchi che avvengono sovente nella capitale: pochi minuti solo per comprendere di essere loro questa volta il bersaglio. Subito i terroristi – sei o otto, tutti giovanissimi, alcuni di certo minorenni – sono saliti sull’altare intimando a padre Tahir di togliersi i paramenti e di sgomberare l’altare di tutti gli oggetti liturgici. Al rifiuto del sacerdote, gli hanno sparato un colpo alla testa. Con un altro colpo alla testa è stato pure ucciso un fratello del sacerdote accorso per proteggerlo. Anche padre Wasim salito sull’altare gridando di fermarsi è stato ucciso nello stesso modo: un proiettile al capo mentre il sangue colava a fiotti dai gradini. Mentre uccidevano i terroristi intonavano l’«Allah akbar» del Magrib (la preghiera del crepuscolo). Frasi pronunciate in arabo classico e quasi certamente, secondo i superstiti, con un accento siriano o egiziano.
Intanto gli altri uomini del commando avevano chiuso le porte laterali da cui alcuni fedeli erano subito fuggiti mentre una cinquantina di persone era riuscita a rinchiudersi in sacrestia. Iniziava così una esecuzione sommaria dei siro-cattolici: intere famiglie sterminate fra cui una coppia con un bimbo di tre mesi che era scoppiato in pianto e una donna incinta. L’intervento delle forze di sicurezza faceva precipitare la situazione: due terroristi con cinture esplosive si facevano saltare in mezzo ai fedeli costretti con la forza in un angolo. Uno squillo del telefono attirava l’attenzione verso la sacrestia. Solo una sventagliata di di colpi e per fortuna solo alcuni feriti, ma almeno lì nessun morto. Il patriarca Naguib: «Smascherare gli interessi politici
Di fronte alle minacce dei qaedisti, il Patriarca di Alessandria dei Copti, Antonios Naguib, cardinale dal prossimo Concistoro, spiega che è «importantissima» la posizione dei governi e quindi la ferma condanna del governo egiziano, che ha subito respinto l’ultimatum dei terroristi. Il Paese africano è alla vigilia di un doppio round elettorale e crescono di ora in ora le tensioni tra islamisti e copti ortodossi, bersaglio delle accuse di al-Qaeda, che riferisce di donne islamiche «prigioniere» dei loro monasteri.
Al-Qaeda colpisce in Iraq e parla all’Egitto. Cosa impedirà un’escalation della violenza? La reazione del governo egiziano è stata importantissima: le autorità hanno preso le distanze dagli "atti criminali" compiuti in Iraq e hanno ribadito la libertà di religione. Un silenzio avrebbe potuto generare la convinzione che tutti i musulmani condividessero le posizioni di al-Qaeda ed esporci al rischio di attacchi.
Quanto c’è di vero nelle accuse dei qaedisti? Sono accuse vecchie e confutate da tempo, lanciate da una minoranza che fa clamore, una corrente estremista che vuole acquisire peso politico. Voci della società islamica hanno smentito tali accuse. Lo stesso Papa Shenuda III, Patriarca della Chiesa Copta Ortodossa, ha dichiarato che le chiese e i monasteri sono aperti e tutti possono vedere che non ci sono né prigionieri né arsenali; lo stesso vale per noi cattolici e lo sottolineo perché qui non si fa una gran differenza tra le due comunità. Un’accusa che colpisce uno colpisce tutti.
Il Segretario Generale di Al Azhar, cuore dell’Islam sunnita, ha detto che «nessuna legge, né religione né morale può ammettere quello che hanno fatto in Iraq». Cosa ne pensa? Non mi sorprende. La condanna, come ho detto, è stata corale: Papa Shenuda III ha inviato un telegramma al Patriarca Siro-Sattolico, come ho fatto io a nome dell’Assemblea Generale della Gerarchia Cattolica Egiziana e della Chiesa di Alessandria dei Copti. Inoltre, con il Presidente delle Chiese Protestanti in Egitto da lunedì lavoreremo a una dichiarazione comune.
Esiste un modo per evitare che i qaedisti guadagnino consensi nella popolazione? Bisogna far capire alla gente, spesso disinformata, che sotto l’abito religioso si muovono interessi politici e finanziari e che la violenza è utilizzata non per affermare una fede ma per emergere politicamente, acquisire credibilità e, in prospettiva, dominare la scena: per questo è decisivo che i governi dei Paesi a maggioranza musulmana prendano subito le distanze dai violenti.
Ciò detto, quanto è probabile una riedizione della tensione dei decenni scorsi? È improbabile. Questa è una fase di dialogo fruttuoso. Al Azhar ha appena istituito una sezione per il dialogo interreligioso, affidata a un teologo musulmano che insegnava alla Sorbona, dove aveva studiato. Il Grande Shekh dottor Ahmed Al-Tayeb, presidente di Al-Azhar, è un uomo coltissimo, convinto che il dialogo possa aiutare il Paese, compresi i musulmani. Ha approvato la proposta della Chiesa Cattolica d’Egitto di istituire, con noi, una Commissione locale di dialogo interreligioso, accanto alla commissione internazionale con il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso: siamo allo statuto, nei prossimi mesi inizieranno i lavori e musulmani e cattolici potranno dialogare anche localmente in modo libero e proficuo.
Il Sinodo sul Medioriente ha ribadito che i cristiani devono approfondire la loro vocazione: in questa situazione, come va interpretato un simile mandato? Il Sinodo ci ha indicato la rotta della presenza, della comunione e della testimonianza. La presenza prosegue il cammino di Gesù e degli Apostoli e deve condurci alla comunione: noi cattolici siamo impegnati a costruire con i nostri concittadini una società basata sulla fraternità. Infine la testimonianza: passa attraverso la convivenza basata sul rispetto reciproco, sull’accettazione dell’altro e sul servizio. Noi cattolici siamo molto attivi in campo educativo e caritativo: il 50% dei beneficiari sono musulmani e ne siamo felici, perché ci consente di condividere valori comuni.