Unità Pastorale Toscolano Maderno

04/09/2010 15:09:00 Cecina
dal Bollettino dell'UNITA' PPASTORALE

GLI EREMITI DI SUPINA


La presenza degli eremiti nella casa annessa al santuario di Supina è documentata fino al 1889. Da questa data, cala il sipario sui custodi del romitorio che non vengono più menzionati in alcun documento, come se, dalla fine del secolo XIX in poi, la casa annessa alla chiesa della Beata Vergine Annunciata fosse stata completamente abbandonata. Le testimonianze orali, invece, ci fanno sapere che, fino al 1971, questa abitazione ha visto, anche se in modo discontinuo, la presenza di eremiti che hanno continuato l'opera iniziata dai loro predecessori nel secolo XVII.
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Dalla fine dell'ottocento al 1971: testimonianze orali

La prima testimonianza, che è naturalmente anche la più lontana nel tempo, si riferisce alla fine dell’Ottocento: una signora ultraottantenne mi ha raccontato che, al tempo della gioventù di suo padre, quindi alla fine del XIX secolo, viveva nel romitorio annesso alla chiesa di Supina una custode della quale si conosce soltanto il nome, Brigida. Era una donna anziana e assai religiosa: curava il decoro e la pulizia della chiesa e dell’abitazione, coltivava un piccolo orto e allevava alcuni animali da cortile. Questa semplice figura, che sarebbe stata per sempre dimenticata, assume per noi oggi una notevole importanza, perché Brigida è l’unica donna che ha svolto per qualche tempo, forse per alcuni anni, il compito di eremita del santuario. È probabile che, dopo la presenza della signora Brigida, per qualche decennio la casa non sia stata abitata, perché, nell’elenco di coloro ai quali era stato corrisposto un compenso per la collaborazione con il parroco in occasione della celebrazione della “Messa votiva alla
Madonna di Supina per la pace e la vittoria” (10 agosto 1916), non è citato l’eremita del santuario.
Poco prima del 1930, risiedettero a Supina, in qualità di custodi, due sorelle e un fratello, provenienti, probabilmente, dal Monte Gargnano e appartenenti forse alla famiglia Pace.
Poco dopo il 1930 si stabilirono per alcuni anni nella casa annessa al santuario i coniugi Tonincelli con la loro numerosa famiglia.
Dal 1940 circa fino al 1958 il compito di eremita fu svolto da Leonida Contarelli di Salò, un personaggio che è ancora molto ricordato, sia per la lunga presenza, sia per le sue doti di simpatia e cordialità. Egli si dedicò con passione ed amore alla cura del santuario e dell’abitazione annessa. Nelle ore libere coltivava l’orticello e svolgeva altre piccole attività, come ad esempio, quella di imbianchino nelle abitazioni dei paesi vicini. In occasione della festa annuale al santuario, che veniva celebrata la seconda domenica dopo Pasqua, allestiva una pesca di beneficenza i cui proventi venivano devoluti a favore delle opere di manutenzione della chiesa. Leonida visse a Supina da solo per circa dieci anni. Nel 1950 sposò Maria, di origine piemontese, guardarobiera presso i conti Bettoni. Dopo il matrimonio, i coniugi rimasero a Supina ancora per otto anni, quindi si trasferirono ad Alba, in Piemonte.
Intorno al 1960 si stabilirono a Supina i coniugi Andrea Bertolazza e Cristina Tomacelli; essi svolsero il servizio di custodi del santuario fino al 1964.
Nel 1965 l’incarico di eremita fu affidato ad Antonio Pasini, che era nativo di Gaino ma si era trasferito già da molti anni a Fornico. Era soprannominato èl Balerì: si trattava, probabilmente, di un antico soprannome di famiglia, dato che nel 1790 era morto a Toscolano un Francesco Pasini, nativo di Gaino e detto “il Ballarino”.
Anche Antonio Pasini ha caratterizzato, come Leonida, la vita di Supina nel secolo ventesimo. Era un personaggio simpatico, amava la lettura e, nei pomeriggi d’estate, leggeva libri e giornali seduto sulla soglia del santuario, in una zona ombrosa. Curava la chiesa e l’abitazione e coltivava l’orto. Nella stalla che si trovava nel vano sottostante la cucina (dove oggi viene allestito il presepio) allevava un asino dal quale otteneva un rinomato salame. Antonio rimase a Supina fino al mese di settembre del 1971, quando lasciò l’attività perché ammalato. Morì nell’ospedale di Salò il 22 giugno 1972, all’età di 83 anni. Egli è stato l’ultimo eremita di Supina.
Dal 2005 la casa nella quale hanno vissuto gli eremiti è sede del museo del santuario: le due sale che accolgono le tele raffiguranti le Stazioni della Via Crucis (rimosse dalla chiesa durante i restauri del 2004 perché non facenti parte della decorazione originaria) sono dedicate a Giovanni Battista Archetti e a Giovanni Battista Calcinardi, gli eremiti sepolti nella chiesa rispettivamente nel 1754 e nel 1786.
Questo lungo excursus, iniziato nell’articolo precedente con i decreti relativi agli eremiti presenti a Supina nel 1667, ci ha condotti dal secolo XVII ai giorni nostri.
I tempi sono cambiati, ed oggi la figura dell’eremita (almeno nel significato che si attribuiva a questo termine parlando del “romito” al quale era affidata la cura della chiesa dedicata alla Beata Vergine Annunciata) non esiste più.
Fino a qualche decennio fa, nel linguaggio locale, era ancora viva l’espressione èl rumìt dé Süpina. Era una definizione antica, che risaliva forse al secolo XVII o XVIII, e riguardava un personaggio entrato nell’immaginario collettivo e nella simpatia generale. In alcune case dei paesi del nostro territorio l’arrivo dèl rumìt dé Süpina per la questua era atteso con gioia: a lui si donavano i pochi generi alimentari che venivano appositamente messi da parte per contribuire al suo sostentamento.
La figura dell’eremita pareva appartenere ad un mondo lontano, quasi leggendario, ma avvolto da un alone di spiritualità e di misticismo.
Certamente coloro che avevano scelto di vivere in solitudine nella casa annessa alla chiesa di Supina avevano risposto ad un’esigenza di carattere spirituale, forse ad una chiamata soprannaturale: questo può essere affermato soprattutto per gli eremiti dei secoli XVII e XVIII i quali, come abbiamo visto, erano terziari di qualche ordine religioso e ne vivevano la spiritualità.
Sul colle di Supina, lungo lo scorrere dei giorni e degli anni, gli eremiti avevano sicuramente avvertito nella luce, nella pace e nello splendore della natura, la presenza di Dio e della Vergine Madre. Di fronte al cielo e al lago, nelle albe luminose e nelle notti stellate, essi avevano quotidianamente sperimentato l’incanto espresso dal salmista nel Salmo 19: “I cieli narrano la gloria di Dio, il firmamento annuncia l’opera delle sue mani onnipotenti”.
Letizia Erculiani
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