I - L'AZIONE DELLA PAROLA DI DIO NELLA STORIA


5. Una traccia dal libro di Isaia
Il cap. LV del libro di Isaia termina con queste parole: “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza affetto, senza avere operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10-11). Queste parole vanno collegate e confrontate con l’inizio del cap. XL dove si legge: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e ditele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquit” (Is 40,1-2). Gli esegeti, infatti, ci dicono che i capp. 40-55 del libro di Isaia costituiscono una sezione coerente, con un suo messaggio specifico. Siamo al tempo dell’esilio in Babilonia e un profeta viene mandato da Dio per annunciare agli esuli la fine della schiavitù, il ritorno in patria. Se uno legge i capitoli che vanno da XL a LV, vede svolgersi davanti ai suoi occhi un messaggio di consolazione che intende rincuorare un popolo avvilito e insegnargli a guardare avanti, verso l’opera di salvezza che il Signore sta per compiere: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? (Is 43,19).

6. Una condizione di povertà: l’esilio
Dobbiamo fare uno sforzo per cercare di capire che cosa abbia significato questa esperienza – l’esilio – per il popolo di Israele. Non era solo un’esperienza di miseria e di servitù; era una vera e propria catastrofe: la distruzione di tutte le istituzioni che garantivano l’identità del popolo, la fine di tutte le speranze e di tutte le attese che avevano sostenuto Israele nella sua storia. La condizione spirituale degli esiliati, il loro avvilimento, è espresso nel modo più chiaro dalle parole che il profeta Ezechiele ha colto sulla loro bocca: “Le nostre ossa sono inaridite – dicono – la nostra speranza è svanita; siamo perduti!” (Ez 37,11). Queste parole corrispondono esattamente a una impressionante visione del profeta: una valle immensa – come le interminabili pianure di Babilonia – piena di ossa: ossa secche, che non conservano più nessuna traccia della vita che hanno vissuto (Ez 37,1-10). Queste ossa, sembra dire la visione, sono gli esuli. Eppure a loro viene mandato un profeta e, attraverso il profeta, una parola di Dio. È proprio a questa parola che fa riferimento il brano da cui siamo partiti: è parola di consolazione che viene da Dio; Dio l’ha pronunciata e fatta giungere sulla terra; dunque, quello che la parola ha annunciato si verificherà; la storia non potrà che prendere atto della volontà di Dio e darle esecuzione. Gli esuli possono riprendere coraggio; debbono aprirsi alla promessa, debbono prepararsi al ritorno. Non avvenga che il ritorno, quando s’avvierà, li trovi pigri o sfiduciati o inerti.

7. La parola di Dio, promessa di salvezza
Ecco allora quello che sta succedendo. Il popolo di Israele si trova in esilio in Babilonia; Dio dirige agli esuli una parola attraverso il profeta; è una parola di promessa che annuncia il ritorno in patria. Nel cuore di coloro che credono alla parola di Dio si forma un germe di speranza che purifica i loro cuori dalla rassegnazione e dall’avvilimento. Quando Ciro di Persia, dopo aver conquistato Babilonia, darà agli esuli il permesso di ritornare, quelli che avranno custodito la speranza si metteranno in cammino. Come i loro antenati avevano marciato attraverso le acque del Mar Rosso, essi marceranno illesi attraverso il deserto; si rinnoverà per loro il prodigio della salvezza operato da Dio a favore dell’uomo, del popolo: “Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi” (Is 43,21). Credo che il testo di Isaia ci possa aiutare a entrare nel mistero della parola di Dio, a coglierne il vigore e la forza. La parola di Dio entra nella storia e le imprime una direzione nuova, chiude vecchie strade e ne apre di nuove; in ogni modo dirige la storia verso un traguardo che può essere definito come ‘salvezza’. Quando la parola di Dio entra nella storia e trova l’ascolto della fede, l’uomo diventa collaboratore di Dio e attore del suo disegno di vita, la storia si trasforma in storia di salvezza, la speranza diventa dimensione permanente e incancellabile degli avvenimenti. “Come la pioggia e la neve…”. Pioggia e neve scendono dal cielo, irrigano i campi e li rendono fecondi, riforniscono sorgenti sotterranee che garantiranno l’acqua necessaria alla vita. I campi non sono più come prima e l’uomo ha una sicurezza nuova. Esattamente questa è l’opera della parola di Dio: entra nella storia e dà alla storia del mondo una forma nuova. Quale?
Le Parole di Dio, che la tradizione di Israele e della Chiesa ci conservano, sono molte e diverse: accanto alle promesse ci sono parole di minaccia che sollecitano alla conversione, parole di consolazione che rinnovano il coraggio, annunci di perdono che riaprono la speranza; ci sono comandamenti che chiedono l’obbedienza e pongono l’uomo di fronte alla scelta tra il bene e il male, la vita o la morte; ci sono istruzioni che vogliono rendere l’uomo saggio e capace di orientarsi in quella foresta intricata che è la vita. Insomma, la parola di Dio assume tutta la ricchezza della comunicazione interpersonale, pone l’uomo di fronte al volto di Dio e intesse una relazione tra Dio e l’uomo. L’uomo continua a vivere la sua esistenza nel mondo, nel tempo, insieme agli altri; ma ora vive davanti a Dio, in comunione con Lui, in collaborazione con Lui, rispondendo in questo modo alla vocazione iscritta nella sua stessa esistenza.

8. La salvezza rivelata in Cristo
Abbiamo detto che la parola di Dio vuole condurre verso la salvezza. È questa una parola sintetica che riassume tutto; ma che cosa in concreto? Come dobbiamo pensarla? La salvezza è davvero l’obbiettivo primario che l’uomo si possa/si debba proporre? Una promessa di salvezza è davvero tale da poter affascinare l’uomo di oggi e da muovere efficacemente il suo desiderio, le sue decisioni? La lettera agli Ebrei inizia così: “Dio, che aveva già parlato molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cosa e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato” (Eb 1,1-4). Questo straordinario prologo contiene in breve una ‘storia’ della parola di Dio; parola molteplice (Dio ha parlato molte volte) e varia (Dia ha parlato in diversi modi); parola che è giunta a noi attraverso una lunga serie di profeti (Mosè, Isaia, Geremia, Ezechiele…). Ora, però, è accaduto qualcosa di nuovo: Dio ci ha parlato attraverso il Figlio: la molteplicità dei profeti culmina in un unico, definitivo rivelatore; la varietà delle parole è condensata nell’esperienza concreta di una persona, nella sua vita e nella sua morte. Questo Figlio sta all’inizio del mondo (il mondo è stato fatto per mezzo di lui quindi porta il suo sigillo) e sta nello stesso tempo al traguardo della storia (è erede di tutte le cose). Si può dire, perciò, che il Figlio contiene in sé il ministero del mondo e dell’uomo, il senso della creazione e della storia. Da una parte, infatti, egli porta in sé, nella sua umanità, l’impronta di Dio: è glorioso della gloria di Dio; i suoi pensieri e le sua azioni sono plasmati secondo la forma di Dio. Dall’altro canto egli ha compiuto nel mondo un cammino unico ed esemplare: ha realizzato la purificazione dei peccati presentando a Dio una vita perfetta nell’obbedienza e nell’amore; in questo modo egli “si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli” (Eb 1,3). È entrato, cioè, con la sua umanità, nel ministero della vita di Dio; ha portato un frammento del nostro mondo e della storia umana alla pienezza di vita, appunto la vita di Dio.

9. Un’esistenza umana aperta a Dio
Questo intendiamo anzitutto col termine “salvezza”. Il nostro mondo porta in sé le stigmate del limite e dell’incompletezza; la nostra vita va irrimediabilmente verso la morte e in questo cammino è segnata da esperienze che sono anticipi della morte stessa: malattia, vecchiaia, solitudine, ignoranza, stupidità, cattiveria… sono segni inequivocabili del nostro limite e ci pongono davanti impietosamente la figura della morte come ultimo atto della nostra storia. Eppure, nel caso di Gesù, il cammino verso la morte è diventato in realtà cammino verso la pienezza di vita (“si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli”). E’ veramente uomo, il Risorto, ma partecipa della vita di Dio; è ‘sangue e carne’ come noi ma ha attraversato i cieli per sedere alla destra della gloria di Dio: questo, nell’essenza, intendiamo col termine ‘salvezza’. Non un cambiamento di natura, una trasformazione magica in una natura diversa; piuttosto un’esistenza pienamente umana, ma proprio per questo vissuta al cospetto di Dio e in comunione con Lui, rispondendo a Lui, operando secondo la sua volontà. E perciò un’esistenza che, aprendosi al mistero di Dio, diventa partecipe di questo stesso mistero fino a partecipare della sua vittoria sulla morte. È sempre la lettera agli Ebrei che c’invita a “correre con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce disprezzando l’ignominia e si è assiso alla destra del trono di Dio” (Eb 12,1-2).

10. Parola di Dio e desidero dell’uomo
Gesù di Nazaret, nella sua avventura storica che culmina nel mistero pasquale, riassume in sé tutte le parole di Dio e le porta in pienezza; assume la condizione umana e la porta a perfezione; è partecipe della realtà del mondo e la conduce fino a Dio. In questo modo ci viene svelato in pienezza il dinamismo della parola di Dio: è parola che, provenendo da Dio, vuole incrociare il cammino del mondo, cerca di trasformarlo perché il mondo assuma la forma di Dio (la forma dell’amore), tende a fare entrare il nostro mondo (limitato, effimero, opaco) dentro al mondo di Dio (completo, duraturo, luminoso). La parola di Dio ottiene questo non in modo magico, attraverso formule segrete o meccanismi automatici. L’ottiene piuttosto suscitando nell’uomo il desiderio, la fede, la decisione, l’impegno fino al dono di sé nell’amore. In questo modo la parola di Dio non ci allontana da noi stessi, non ci porta a diventare angeli; piuttosto rende operante nel modo più profondo quell’apertura al reale (a tutta la realtà) che è iscritta nella nostra condizione umana e che ci porta a conoscere e amare senza limiti.
Lo notava già il Qohelet quando scriveva: “Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire “ (Qo 1,8). Per lui, saggio che osserva il mondo, questa insoddisfazione incurabile dell’uomo era un segno della sua miseria: l’uomo, dice, non riesce a trovare mai requie; ogni traguardo raggiunto mette in moto altri desideri e altri cammini, senza fine; siamo quindi condannati a desiderare ciò che non potremo mai raggiungere: “Vanità delle vanità, dice Qohelet; vanità delle vanità; tutto è vanità” Qo 1,2). In realtà, questa inquietudine è segno di un’apertura illimitata alla realtà, di un desiderio che si placa solo nel tutto, in Dio. Insomma, conducendoci a Dio, la parola di Dio ci conduce al compimento della nostra natura umana, ci conduce alla pienezza cui non riusciamo mai a rinunciare. In questo senso non possiamo rinunciare alla ‘salvezza’ perché questa, paradossalmente, coincide con il compimento del dinamismo che abbiamo in noi, anzi che siamo noi stessi.

11. Gesù, pienezza di umanità secondo il disegno di Dio
Dunque le tante e diverse parole che Dio ha rivolto all’uomo nella storia trovano in Gesù la loro pienezza: Gesù è il ‘sì’ di Dio a tutte le sue promesse (1Cor 1,20), è la riconciliazione che Dio offre all’uomo peccatore (2Cor 5,19), è l’offerta di pace con cui Dio supera tutte le divisioni dell’umanità e crea l’uomo nuovo (Ef 2,14), è la volontà di Dio incarnata in un’esistenza umana concreta anziché scritta su due tavole di pietra… Potremmo continuare a lungo per descrivere come la parola di Dio trova nell’uomo Gesù la sua espressione piena e definitiva. Tutto questo significa una cosa precisa e cioè che l’effetto che Dio vuole raggiungere con la sua parola, il frutto, il risultato è riassunto in Gesù Cristo. Gesù è un frammento di mondo, fatto di materia del mondo come ogni uomo; è un piccolo frammento della storia umana che si colloca concretamente al tempo di Augusto e di Tiberio. Ma in Gesù spazio e tempo, pensieri e azioni hanno assunto la forma precisa di Dio, della sua volontà.

12. La forma di Cristo nella vita dell’uomo
Siamo partiti dicendo che la parola di Dio è efficace; la sua efficacia si dimostra con la trasformazione del mondo che essa produce. Come diceva Isaia, la parola di Dio non torna a Lui senza avere operato ciò che Dio desidera e senza aver compiuto ciò per cui l’ha mandata. Ma che cos’è che Dio desidera? Gesù Cristo . Per quale obiettivo Dio manda nel mondo la sua parola? Ancora: Gesù Cristo. Gesù Cristo è il mondo che è stato plasmato dalla volontà di Dio, è un uomo che corrisponde in tutto alla volontà di Dio. E’ così profonda la comunione e tra Gesù e Dio che il modo corretto di esprimerla è chiamare Gesù ‘Figlio di Dio’ e chiamare Dio il ‘Padre del Signore nostro Gesù Cristo’. In concerto, dunque, quello che la parola di Dio vuole ottenere è che il mondo prenda la forma di Gesù. Lo diceva san Paolo quando scriveva ai Galati: “Figliolini miei, che io partorisco di nuovo finché non sia formato in voi Cristo!” Il desiderio di Dio è che Gesù sia il primogenito di una moltitudine di fratelli (Rm 8,29) e cioè che la moltitudine degli uomini prenda progressivamente la forma di Gesù. Ma che cos’ù questa ‘forma di Gesù? Detto con un’unica espressione è la forma di ‘figlio’; questo significa un’esistenza vissuta nella fiducia radicale in Dio, nell’obbedienza piena alla sua volontà, nella somiglianza progressiva con Dio. L’espressione può sembrare esagerata; in realtà è quello che il vangelo chiede esplicitamente quando dice: “Siate voi dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Il contesto dice chiaramente che questa ‘perfezione’ consiste nell’amore ablativo e cioè nell’amore che si rivolge agli altri non solo rispondendo al loro amore, ma anche vincendo il loro odio. È amore che si dilata fino a raggiungere i nemici: è l’amore con cui Dio ama; è l’amore con cui ha amato e perdonato Gesù, figlio di Dio, è l’amore con cui tutti gli uomini sono chiamati ad amare per essere realmente figli di Dio in Gesù Cristo. Potremmo continuare con gli esempi, ma non è necessario; si capisce bene che la parola di Dio ha fatto Gesù Figlio di Dio nella storia e vuole fare di noi dei figli di Dio nella storia. Questo sarà il compimento della nostra vocazione.

13. Gesù, mistero del mondo e della storia
Anzi, questo sarà il compimento della vocazione del mondo intero. Se Dio ha fatto scaturire la luce dalle tenebre, se ha popolato la terra con piante e animali, se ha voluto quel processo straordinario che costruisce la storia della vita sulla terra, lo scopo finale è che nel mondo nasca una creatura che Dio può considerare suo figlio e alla quale può donare la partecipazione alla sua vita e alla sua gioia. Lo esprime meravigliosamente san Paolo quando dice che “la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio… [essa] nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,19-21). Insomma, la trasformazione dell’uomo secondo la forma dei figli di Dio procura, nello stesso tempo, la trasformazione della natura (perché l’uomo è fatto di terra) e la trasformazione della storia (perché l’uomo vive nel tempo) secondo il disegno di Dio. Questa trasformazione è già avvenuta in Gesù, ma deve avvenire in tutti noi. La storia umana diventa ‘Storia di salvezza’ nella misura in cui avviene questa trasformazione, nella misura quindi in cui la parola di Dio trasforma l’uomo e, attraverso l’uomo, il cosmo intero.

14. Imitazione di Gesù
Ma come avviene questa trasformazione? Come avviene che noi possiamo ricevere e assumere la forma di Gesù? Gesù, l’abbiamo detto, è la parola di Dio fatta carne; è l’amore del Padre tradotto in parole e gesti umani, in vita e morte umana. A noi viene chiesto di accogliere quella parola che è Gesù e di lasciare che la nostra vita prenda la sua forma. Come?
Attraverso l’imitazione; Gesù è un modello che noi guardiamo e ammiriamo. Se questo sguardo diventa ricco di desiderio, la contemplazione di Gesù produce pensieri e decisioni nuove che ci portano a imitare Gesù. Non parlo di un’imitazione esterna, secondo il modo esteriore di vivere; ma di un’imitazione interiore, fatta di partecipazione al modo di sentire di Gesù. Esempio: Gesù “è venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita come riscatto per la moltitudine”. Imitare Gesù significa non cercare i posti di potere o di prestigio ma farsi servo di tutti (Mc 10). Oppure ascoltiamo l’esortazione di Paolo: “Abbiamo in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5). È evidente che l’imitazione nasce dall’amore, dal riconoscimento del valore incomparabile di Gesù e della sua vita. Allarghiamo l’immagine: l’imitazione deve portare a osservare la parola di Gesù, a prenderla sul serio e a cercare di praticarla nella propria vita. Ce lo ricorda san Giovanni: “Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: ‘lo conosco’ e non osserva i suoi comandamenti è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui è l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di dimorare in Cristo deve comportarsi come lui si è comportato” (1Gv 2,3-6).

15. L’azione del Risorto nel mondo
Ma non è tutto. Gesù non è solo uno straordinario modello che affascina e muove all’imitazione. Gesù è risorto, è un vivente che continua a parlare e a operare con la sua parola e il suo Spirito. Nella prima lettera ai Corinzi san Paolo parla del Cristo risorto come ultimo Adamo divenuto ‘spirito datore di vita’ (1Cor 15,45). Il significato è che da Cristo risorto scaturisce una fonte di vita (il suo Spirito) capace di rinnovare il mondo. C’è un’umanità che deriva da Adamo e questa umanità è caratterizzata dalla debolezza e dal peccato; ma c’è un’umanità nuova che deriva dalla forza del Cristo risorto e questa umanità nuova è caratterizzata dallo Spirito di Dio che dirige e conduce verso Dio stesso. Similmente la lettera agli Efesini presenta l’immagine di Cristo glorificato alla destra di Dio ‘per riempire tutte le cose’ (Ef 4,10) e cioè per comunicare a ogni creatura la sua pienezza di vita. Tutto il senso della storia della Chiesa nel mondo è quello di arrivare “allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13). Un mondo che ‘corrisponda’ al mistero di Cristo, dunque; che sia così profondamente trasformato dall’amore che Cristo appaia in esso non una realtà estranea ma il senso e il compimento di tutto. Ora, questa trasformazione del mondo proviene dall’azione incessante ed efficace del Signore risorto stesso: “da lui che è il capo, Cristo… tutto il corpo, ben scompaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef 4,12-16). Insomma il Risorto continua, in un modo nuovo, la sua presenza nella storia; anzi, l’efficacia di questa presenza è ora maggiore proprio perché il mistero del Risorto non è localizzato in un unico luogo, ma si fa presente ovunque e sempre attraverso la parola, i sacramenti, il ministero, la comunità cristiana stessa.
Dunque: Dio ha pronunciato una parola; questa parola è efficace e cambia il mondo e la storia secondo il disegno di amore di Dio. Le diverse parole che Dio ha pronunciato attraverso i profeti si riassumono e si compiono in Gesù di Nazaret. È Lui la parola (il Verbo) fatta carne; è l’amore di Dio tradotto in gesti umani; è un frammento del mondo sul quale Dio esercita il suo potere di libertà e di misericordia; è un segmento della storia che anticipa e compie in pienezza il disegno di Dio di modo che la storia va verso Cristo. Questo cammino dell’umanità non si compie però in modo meccanico, anonimo, fatale; si compie attraverso la fede degli uomini. Dove la parola che Dio pronuncia trova l’accoglienza disponibile della fede, lì la parola s’incarna (come si è incarnata in Maria a motivo della sua fede) e lì il mondo prende la forma di Dio. Tutto sta, quindi, nell’ascolto alla parola (l’obbedienza della fede). Ma la parola di Dio è entrata nella storia due-tre millenni fa; come incontrarla oggi, in mondo così diverso, che afronta problemi nuovi, che possiede strumenti inediti, di un’efficacia sorprendente?

16. La missione della Chiesa
I vangeli, nei quali è narrato il percorso della parola di Dio (Gesù) nel mondo, terminano tutti con il comando di missione: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15); “Andate e fate discepole tutte le nazioni” (Mt 28,19); “Saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47); “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21). Il significato è che l’avventura di Gesù, nella quale la parola di Dio si è fatta carne, non è terminata; la missione deve dilatare quell’esperienza fino ai confini della terra in modo che l’umanità intera sia plasmata dalla parola di Dio. È la missione dei discepoli e, attorno a loro, della Chiesa intera.
Ma questa missione suppone, evidentemente, che la parola di Dio non sia scomparsa dalla storia; che sia possibile anche per l’uomo di oggi ascoltarla e viverla. Come dobbiamo pensare questa ‘attualità’ della parola? Ci aiutano anzitutto i vangeli. Quello di Matteo, ad esempio, che termina con la promessa di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20), o quello di Marco che nota come il Signore risorto operasse insieme ai discepoli e confermasse la loro parola con i prodigi che l’accompagnavano” (Mt 16,20). A sua volta il vangelo di Luca termina nella promessa dello Spirito Santo – lo Spirito che ha riempito e guidato Gesù – di modo che la conversione e il perdono dei peccati possano essere compiuti “nel nome di Gesù” (Lc 24,49). Infine Giovanni narra l’apparizione di Pasqua come un evento ‘fondante’ che struttura tutta l’esistenza della Chiesa nel tempo: alla paura iniziale dei discepoli subentra la loro gioia che nasce dal riconoscimento che Gesù è presente (Gv 20,19ss). Si compie così la promessa: “Voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,22-23). Insomma, tutto il Nuovo Testamento è lì per annunciare che Gesù è un vivente; che la morte ha solo mutato il modo della sua presenza e, lungi dal cancellare l’umanità di Gesù dal tessuto della storia, ha reso la sua presenza ancora più ampia e profonda. Con la sua risurrezione Gesù è diventato ‘Spirito vivificante’ e il raggio della sua azione si è ampliato raggiungendo tutta l’umanità.

17. Le parola ‘risorte’ di Gesù
Quando diciamo che Gesù è risorto, dobbiamo ricordare che questa risurrezione riguarda la sua umanità in tutta l’integrità e interezza. Nel mistero di Gesù risorto sono presenti tutte le parole, tutte le sue azioni (i miracoli), le relazioni umane che ha vissuto, le sofferenze, la passione che ha sopportato, la morte stessa. Nel Signore vivente tutto questo complesso di realtà che ha costituito la vita terrena di Gesù è risorto ed è diventato eternamente presente. Quando ascolto la proclamazione: “Beati i poveri di spirito” non ascolto solo una frase che è stata pronunciata duemila anni fa; ascolto una parola che è presente nel mistero di Gesù risorto; ascolto quindi una parola che oggi Gesù Signore rivolge a me, alla mia comunità, alla Chiesa, a tutti gli uomini. Quando leggo la guarigione del cieco nato, quella parola mi pone in comunicazione con Gesù, luce del mondo, che oggi illumina la nostra vita collocandola nell’orizzonte della rivelazione dell’amore di Dio, ci fa passare dalle tenebre alla luce. Quando leggo la narrazione della passione, posso sì ripercorrere la vita dolorosa con le sue diverse stazioni, ma, più profondamente, incontro oggi la forza invincibile dell’amore di Dio che si confronta con il peccato dell’uomo e lo vince con il perdono. E così via. La risurrezione di Gesù rende perennemente attuale tutto quello che ha contribuito a ‘dare forma’ all’uomo Gesù, quindi le sue parole e i suoi gesti. Ma, dovremmo continuare, nel Cristo risorto è presente anche tutto l’Antico Testamento perché, come abbiamo ricordato Gesù è il compimento di tutte le parole di promessa che costituiscono la storia di Israele. Quando leggiamo Mosè o Davide, o Isaia o anche il Qohelet cogliamo alcuni lineamenti del volto di Gesù, ne comprendiamo la ricchezza e la forza, impariamo ad ascoltare con docilità quella parola che è stata seminata in noi e che può salvare le nostre anime (cfr Gc 1,21).